mercoledì 14 giugno 2017

Graziano Romani Soul Crusader Again - the songs of Bruce Springsteen


Iniziavano gli anni novanta e sullo stereo della mia auto a diesel girava a ripetizione la cassetta color beige di un disco in inglese, No Sad Goodbyes, opera di una band italiana, i Rocking Chairs. Erano gli anni di Bruce Springsteen, e con quelle canzoni la via Emilia diventava la Route 66, la Val Trebbia si trasformava nel Laurel Canyon e la mia città stava nel New Jersey. Erano canzoni che evocavano tutto quello che è stato il nostro mondo.
Romani ho continuato a seguirlo in quel bel disco di cover con il supergruppo dei Megajam 5, e poi nella sua carriera solista, da Storie della Via Emilia a Between Trains e Soul Crusader, dischi di cover varie e di cover del Boss.
Soul Crusader Again mi riporta a quei giorni e a quelle emozioni. Lo Springsteen guru che seguivamo con passione ed ingenuità. Le cover sono belle, intense, vissute e gli arrangiamenti sono essenziali, nudi ed energici, in stile Darkness On The Edge Of Town, per capirci, con gli assolo di armonica. L’esecuzione di Graziano ricca di cuore e di anima, come sempre.
I miei pezzi preferiti sono quelle più oscuri, meno popolari, come The Long Goodbye (il mio preferito), Protection (che il Boss cantò in duetto con Donna Summer), e quelle tratte dai dischi di Gary US Bonds: Hold On, Club Soul City, Love’s On The Line. Ancora, la bella oscura Man At The Top, e la reinventata Lift Me Up, liberata del falsetto dell'originale. Ed è un bel viaggiare a ritroso, nella nostalgia dei nostri giorni verdi, quando eravamo giovani e forti e ingenui e ottimisti e correvamo against the wind…

Mi ci sono fatto di nuovo una cassetta (ok, l'ho messo sull'iPod) per l'auto, per guidare verso l'orizzonte in questa estate afosa. Ed è una bella coincidenza che sia uscito assieme al ritorno di Little Steven. Due fratelli di sangue.

martedì 25 aprile 2017

Luca Rovini e Francesco D'Acri


Gli anni settanta sono stati gli anni d’oro della musica italiana. Avevamo Banco e PFM, Finardi e Bennato, Guccini e De Gregori, Perigeo e Napoli Centrale e ancora tanti altri.
Di cantautori oggi c’è più che penuria, le canzoni sono ormai tutta fuffa leggera per un pubblico ignorante. Specie protetta, mi viene da citare solo Massimo Bubola, fra i nomi noti, e Ruben, fra i carbonari.

Luca Rovini e Francesco D’Acri sono per l’appunto due cantautori italiani, toscano di Pisa il primo, milanese il secondo, veterani della scena musicale dei nostri giorni. Musicisti militanti che giorno dopo giorno, notte dopo notte, battono locali, si conquistano il pubblico, traducono in canzoni quello che vedono e quello che vivono.

Luca Rovini (Figure senza età) è un figlio di De Gregori, quello più americano, dylaniano, quello ispirato agli hobo. Arrivato al quarto disco, Figure senza età, ha trovato l’equilibrio del proprio stile. È più profondo e intimo, la voce morbida e armoniosa, i brani sono ballate lente e delicate, i testi sfumati ed evocativi. Fra le righe Rovini canta con il cuore della strada che ha percorso, gli incidenti che gli hanno teso agguati lungo la via, le esperienze che lo hanno atterrato e quelle che l’hanno aiutato a sollevarsi, e nelle parole delle sue canzoni l’ascoltatore può specchiarsi e riconoscersi.
«E pensare che cadevo e di certo non credevo ma è sicuro che cantavo». Alla fine della sua strada ci sono sempre l’amore, la speranza, la voglia di vivere.
«Me lo disse un mendicante, tutto è solo di passaggio, e io scelgo i miei compagni e le strade del mio viaggio».

Francesco D’Acri (Il principio di Archimede) ha una gran voce. L’ha messo in chiaro nel suo recente Over The Covers, dove si confrontava con le canzoni dei suoi eroi, da Johnny Cash a Bob Seger e Bruce Springsteen, uscendone a testa alta. Tutto diverso Il principio di Archimede, un album di canzoni italiane dalle parti di Guccini (ma anche di Bubola, De André e De Gregori). Non c’è America questa volta; gli arrangiamenti, asciutti e sofisticati, girano attorno alla chitarra acustica o al pianoforte ed a una sezione d’archi, violino, viola e violoncello, che conferiscono al lavoro un’atmosfera da musica da camera - che più che l’America può portare alla mente certi Beatles. I suoi testi sono più nascosti, si coglie la gioia di giocare con le parole, ma alla fine è sempre l’anima ferita ad affiorare: «Questa brezza di mare non sa niente di me».

Nessuno dei due dischi ha troppo potenziale commerciale, non ci sono singoli radiofonici. O quasi: Il Principio di Archimede gira nelle orecchie ed ha una confezione sontuosa, Corri uomo corri scorre leggero come un’auto lungo la strada.
Ma sono belli. Se l’ascoltatore, invece che di consumare canzoni orecchiabili, ha voglia di un album da leggere, da scavare, penetrare e da lasciar suonare, questi sono due dischi di canzoni a cui prestare ascolto.

Gang Calibro 77


I Gang (dei fratelli Severini) sono i Clash italiani, ma a differenza dei Clash sono ancora on the road. Calibro 77 è probabilmente il miglior disco rock in lingua italiana dell'anno. È un disco di nostalgia (le cover di canzoni nazionali sono tutte pescate tutte negli anni '70, il decennio d'oro della nostra musica) che guarda però avanti (gli spumeggianti arrangiamenti sono folk elettrici rinforzati dai fiati).
Eugenio Finardi (Sulla Strada), Lolli, De Gregori, Guccini, Bennato (Venderò), Pietrangeli, Manfredi, persino Giorgio Gaber. Bel disco, anche se poi non ce la faccio ad ascoltarlo, troppo doloroso da tanto le cose sono peggiorate per la gente in questo Paese.

lunedì 30 gennaio 2017

Copertine


Le copertine dell'etichetta romana Route 61 fanno a gara per bellezza con quelle della Cramps degli anni settanta. È un lavoro di passione e di talento.
Le ultime due uscite sono Lowlands and Friends play Townes Van Zandt's Last Set e Will T. Massey.

martedì 15 novembre 2016

John Strada > Mongrel


Se in posti come Nashville è da un secolo che suonano musica country, nessuno potrà aver da ridire se sulla SS9, la via Emilia, sono decadi che si suona il rock romantico di stampo springsteeniano. John Strada (alias Gianni Govoni) sulla via Emilia è una leggenda da molti anni e parecchi dischi. Nato al crocicchio fra le province di Bologna, Ferrara e Modena, recita la sua biografia.
Ma nulla di quello che avevamo ascoltato finora ci poteva preparare a Mongrel, il disco in inglese di John Strada & the Wild Innocents. Non c'è solo passione, nelle quindici tracce del CD. Ci sono belle canzoni, c'è ritmo, c'è entusiasmo, c'è danza, c'è groove. Ci sono brani sofisticati, grandi arrangiamenti, archi, l'organo ed il piano di Daniele De Rosa, la chitarra solista di Dave Pola, ci sono ballate, canzoni di Natale, danze folk, gioia di vivere.
Mongrel è uno dei più bei dischi di rock italiano anglofono (di Little Italy) che mi sia mai capitato di ascoltare. Realizzato in modo perfetto, senza nessun provincialismo e nessun complesso di inferiorità nei confronti degli originali. Mongrel è il Van Morrison della via Emilia, è lo E Street Shuffle della Pianura Padana. L'entusiasmo che mi trasmette ascoltarlo mi riporta ai tempi in cui tenevo la cassetta dei Rockin' Chairs sullo stereo dell'auto.

Ascoltate il ritmo di Who's Gonna Drive e He Was Magical, la dolcezza a la Pogues di Christmas In Magreb, l'atmosfera di Walking On Quicksand... la springsteeniana You've Killed My Heroes (ne facesse ancora il Boss canzoni così), la gioiosa danza di In The Fog. Non c'è un riempitivo.

Probabilmente il miglior disco italiano di quest'anno (e del New Jersey del decennio).

sabato 19 marzo 2016

Hernandez & Sampedro > Dichotomy


Lo scrivevo il 13 febbraio 2013 (già tre anni sono passati): neanche i miei sogni più selvaggi potevano prepararmi al suono che esce dal CD Happy Island (Isola Felice) del duo Hernandez & Sampedro. Avete presente Decemberists, R.E.M., Counting Crows? Potreste raccontarmi che è il loro disco che sto ascoltando, ed anche in questo caso si tratterebbe di uno dei loro più soprendenti lavori: una fusione di cristalline chitarre acustiche ed elettriche, evocativi cori ricchi di energia, intense melodie dipinte dei colori del cielo infuocato del tramonto...

Se c'è un capolavoro della scena del rock italiani anglofono, la scena di Little Italy, quello era Happy Island. Come affrontare l'ascolto del suo seguito? Con aspettative, con timore, con speranza. Tutte svanite come neve al solo quando alla fine ho sfilato il CD dalla bella copertina (nella tradizione di Route 61 - una attenzione grafica analoga la aveva la Cramps Records...) per infilarlo nel lettore dello stereo. Hernandez & Sampedro sono una realtà, ed il nuovo disco è bello come il precedente.
No: è più bello.
Non era facile restare fedeli ad uno stile perfettamente centrato e crescere al tempo stesso, per non ripetersi. Il duo ha deciso di risolvere la cosa in modo salomonico: dividendo il nuovo album in due facciate precise, la dicotomia del titolo; elettroacustica la prima, dalle chitarre elettriche la seconda.
Cinque canzoni di qui, cinque di la, come vuole la regola dei dischi in vinile. Dieci gioielli. Sulla prima facciata vengono rievocati non solo i cori noti, che riportano allo stile frizzante e romantico dei citati R.E.M., Decemberist e bella compagnia (Rescue Me, Rainbow), ma anche si riconoscono gli ingredienti amati dei dischi di CSN&Y (Time To Go) dei Beatles (Everywhere You Go) e persino di Simon & Garfunkel, il tutto senza mancare di personalità.
La seconda facciata fa cantare le chitarre elettriche. Mauro Sampedro fa suonare le sue sei corde come un gruppo surf californiano, nella potente, evocativa ed esaltante Dangerous Road, che infatti alla fine porta alla mente anche il west di Ennio Morricone che è esplicitamente omaggiato nello strumentale lento che prende il titolo di Morricone, colonna sonora per un western della fantasia.
Hate & Love è rock'n'roll, Rise Up è un anthem, On The Verge Of Insanity è un hit.

Evidentemente Hernandez & Sampedro ci tenevano a marcare, con una linea decisa, la differenza fra il passato ed il presente. Ma io credo che perfino meglio sarebbe stato shakerare le canzoni, che in realtà si fondono perfettamente, e che diverse alla fine non sono. Perché se il disco è di una bellezza commovente, diventa ancora più bello ascoltato in shuffle, in ascolto casuale, lasciando che le chitarre elettriche ci facciano danzare fino al cielo, e che quelle acustiche ci lascino chiudere gli occhi, sognanti.

Bella l'idea di far udire, fra i brani, il rumore della puntina che gratta i solchi; un modo per sottolineare le nostre radici di rockers.

Come direbbe Woody Allen, non ci sono classifiche nell'arte; le graduatorie vanno bene per l'atletica leggera e per il baseball. Ma al netto di questa verità, Dichotomy è il disco manifesto della scena di Little Italy. Que Viva Hernandez y Sampedro! 
In California sarebbero al numero 1 delle classifiche, e dovremmo spendere un biglietto da 100 dollari per vederli suonare in uno stadio.

Hernandez & Sampedro : The Blue Cut

1. Dangerous Road 
2. Rescue Me 
3. Hate & Love 
4. Rainbow 
5. Morricone 
6. Get Up From Your Grave 
7. Rise Up 
8. Time To Go 
9. On The Verge Of Insanity 
10. Everywhere In The World 

giovedì 10 marzo 2016

Daniele Tenca Love Is The Only Law


Daniele Tenca è un elegante bluesman di gran classe: the Duke of Italian blues. E non smette di crescere disco dopo disco. Live From The Woking Class richiamava le chitarre brit blues dei Bluesbreakers e la ritmica dei Blasters. Wake Up Nation scivolava nella notte fra lo Springsteen di State Trooper ed i Suicide.
Love Is The Only Law (che gran titolo!) alza ancora l'asticella, segnando una volta di più il meglio dell'artista milanese. Un blues notturno, laidback, sussurrato fra swamp, bajou, John Campbell, Mason Ruffner e JJ Cale.
Love Is The Only Law, è la canzone che apre e chiude il disco. Lo apre con un blues acustico che porta alle origini nella musica afroamericana, fra Cotton Belt e monti Appalachi. Lo chiude con sciabolate di chitarra elettrica. Nel mezzo si viaggia fra folk, blues a la John Lee Hooker, ballate a la Stones, boogie afosi, ritmi che strisciano come serpenti nel bajou sotto una luna piena, danze voodoo. L'evocazione del loup garou.
Bello davvero, da ascoltare a ripetizione. E chissà come sarà ascoltarlo nelle notte afosi d'estate...

P.S.: un'altra produzione marchiata Route 61.

martedì 23 febbraio 2016

Cinque anni di Route 61


La decade degli anni settanta fu un momento d'oro per la musica californiana, e la casa discografica più rappresentativa di quella scena era la Warner Bros Records, attraverso un poker di etichette sorelle. La prima era la Warner vera e propria, diretta da Mo Ostin, che attraverso consulenti artistici come Randy Newman e Ry Cooder, si ritrovò a rappresentare Grateful Dead, Little Feat, Frank Zappa, Doobie Brothers, Fleetwood Mac. La seconda, la Asylum diretta da David Geffen, raccolse i migliori artisti che si erano fatti le ossa sul palco del Troubadour: Jackson Browne, Joni MItchell, Tom Waits, Warren Zevon, Eagles. La terza, la Reprise, stampava i dischi di Neil Young, Ry Cooder, Van Dyke Parks e persino Beach Boys. La quarta etichetta del gruppo era la Atlantic, in realtà newyorchese, ma con CSN&Y in scuderia. Anni d'oro.


Nel nostro piccolo, anche noi abbiamo la nostra Asylum Records, e compie cinque anni di questi giorni. Si chiama Route 61, ed è diretta da Ermanno La Bianca, già cronista rock, per esempio sulle pagine de Il Mucchio Selvaggio.
Mi è arrivato in questi giorni un libretto che custodirò gelosamente per la sua importanza "storica": è il catalogo della Route 61 di questi primi cinque anni. I nomi degli artisti che hanno inciso per l'etichetta vanno da Daniele Tenca, Francesco Lucarelli, Graziano Romani, Mardi Gras, Hernandez & Sampedro (autori di Happy Island, uno dei migliori album italo-anglofoni di sempre), a leggende internazionali come Carolyne Mas e Elliott Murphy, fino a Judy Collins, Steve Wynn, Willy Nile, Karla Bonoff, Bocephus King...



È una cosa preziosa e persino un po' sorprendente che in questi anni di vuoto pneumatico, ci sia ancora chi riesce a far funzionare il cuore e la mente. Long may you run...

lunedì 22 febbraio 2016

Rigo Righetti, Robby Pellati & Mel Previte : i tre moschettieri del rock italiano


Gli USA avevano un gruppo leggendario, la TCB Band ("taking care of business"), che accompagnava Elvis Presley, ma anche Gram Parsons e Roy Orbison. Per non essere da meno, noi abbiamo Rigo Righetti,  Robby Pelati e Mel Previte, una leggenda musicale fiorita lungo il rettifilo della via Emilia. Cuore pulsante dei Rocking Chairs, i padrini del rock anglofono italiano fin dagli anni ottanta (assieme a Graziano Romani, Franco Borghi e Max Grizzly Marmiroli), di recente in un tour di reunion che però non ha dato frutto ad un album.
Poi i tre sono diventati la band di Luciano Ligabue. E ancora mille altre cose, da gruppo del Rigo solista a Gangsters of Love di Mel Previte, un inesauribile motore di rock 100%.
Rigo (che è anche il bassista dei Lowlands), modenese, è il gigante gentile, dall'alto della sua statura, grande bassista elettrico (di Fender) ma anche cantante influenzato dall'America di Johnny Cash.
Mel è il chitarrista sornione, uno che sotto l'immancabile cappello maschera con un basso profilo un umorismo tagliente tutto emiliano. Per citare Gassman, di poche parole ma "ogni frase è una sentenza".
Robby, reggiano, appassionato di musica lirica e fan di Maria Callas, al contrario è un carattere sanguigno, irruente nei modi e poco portato per la diplomazia; batterista raffinato, in grado di suonare tutto un concerto sul solo rullante.
Ascoltarli suonare assieme è sempre un divertimento, ma diventa un privilegio quando si divertono rilassati sull'intimo palco de Il Posto, la tana di Rigo (e della moglie Francesca) nel cuore di Modena, di fronte ad un gruppo selezionato di invitati.


Rigo da anni porta avanti un'attività solista che ha svettato in Songs From A Room e Smiles & Troubles, dove viene fuori evidente l'amore per Johnny Cash e la musica Americana. In questi giorni è alle prese con il tour per il nuovo album, di nuovo in inglese, Water Hole (sul cui titolo scherza come il buco nell'acqua). Ci sono cose che apprezzo particolarmente in Rigo. Una è la sua capacità di sintesi: a differenza di altri musicisti italiani più inclini alla logorrea, sa selezionare il materiale, preferendo uscire con qualche canzone in meno ma "riserva".
Da tempo suggerisco ai nostri musicisti di cimentarsi anche con la formula del singolo, anziché riempire i CD come panzerotti fino all'ultimo minuto disponibile.
Water Hole è un lavoro delicato e semiacustico, fragile e affascinante come una palla di vetro, un disco (registrato in presa diretta dal vivo) dove ogni nota ed ogni strumento è minimale nel suo apporto.
Henry's Siegel Mentality, la canzone di apertura, è la più intrigante, una ballata zingara che si presterebbe bene ad essere cantata anche in italiano, ed avrebbe una chance di successo in un mercato altrimenti avaro di prospettive.
Rigo è soprattutto un bassista, in prestito come cantante e chitarrista; dal punto di vista strumentale il brano più cesellato è Dangerous, una ballata ispirata al giro di Take A Walk On The Wild Side di Lou Reed, dove il basso elettrico fa la sua figura.
Tutti i brani hanno un fascino preciso, e più si lascia girare il disco sullo stereo, più si fanno piacevolmente familiari. Forse il secondo "singolo" ideale sarebbe (Don't Want To) Cheat You, la bella ballata che chiude il disco.
Un lavoro da ascoltare, Water Hole, ancora di più in concerto, quando ogni canzone prende vita e si scopre autonoma.



P.S.: è in arrivo anche un live, dei Gangster Of Love, alias i tre moschettieri capitanati per l'occasione dal Mel Previte. Registrato a Pavia il 28 febbraio.



giovedì 17 dicembre 2015

Cheap Wine > Mary and the Fairy


Questi ragazzi, i Cheap Wine, sono ormai i Rolling Stones di casa nostra. Sui palchi da vent'anni, sono arrivati al traguardo dei dieci dischi con la bandiera del rock ancora saldamente issata sulle palizzate di Fort Apache.
Esorditi nel 1997 con Pictures, costituivano il contraltare da questo lato dell'Oceano (e del Mediterraneo) del Paisley Underground los angelino di Dream Syndicate e Green On Red. Punk, new wave, rock delle chitarre, ballate elettriche, sapori di periferie urbane che confinano con il deserto.
Da questo punto di vista il suo apice la band lo ha raggiunto con Spirits, l'album del 2009, e sigillato con il doppio album in concerto Stay Alive!
Invece di appiattirsi sulla formula, i fratelli Diamantini hanno da allora virato verso una forma ballata più intima,  rinunciando alle chitarre distorte per inseguire un songwriting che, pur nel trade mark del suono originale 100% della band, può portare alla mente, per esempio, Nick Cave e i suoi Bad Seeds, dalle parti di The Boatman's Call.
Il frutto di questa ricerca, seminato in Based On Lies e Beggar Town, i Cheap Wine lo raccolgono finalmente qui, su Mary and the Fairy, Maria e la Fata, uno dei dischi più riusciti ed eleganti della loro storia.
Otto canzoni, lunghe e sognanti, canzoni che non hanno alcuna fretta di terminare, suonate dal vivo in un'ambiente intimo e con un suono presente e squillante (un po' alla Joe Jackson di Body and Soul, un disco che pure era stato registrato dal vivo, o meglio in diretta) che più efficacemente dello studio aiuta a liberare la magia unplugged. Che poggia in gran parte sul pianoforte di Alessio Raffaelli, il Roy Bittan nazionale. Si potrebbe dire che Mary and the Fairy inizia dove finiva il precedente Beggar Town, cioè la canzone The Fairy Has Your Wings (for Valeria), che ne rappresentava in momento migliore (e che in effetti chiude anche questo nuovo disco). Nessuna delle canzoni è un filler, ognuna ha un suo fascino ed una sua personalità; ciascuna è la mia preferita mentre sta suonando, come I Like Your Smell introdotta dalla fisarmonica, come La Buveuse, jazzata e notturna, come Dried Leaves, springsteeniana d.o.c..
Peccato la copertina non includa i testi.

Un disco come Mary and the Fair non ha nessun complesso di inferiorità verso il rock di oltremanica e di oltreoceano; anzi, stento a citare qualche disco internazionale di quest'anno che possa vantare l'identica forza e poesia. A sottolineare come l'underground italiano, del tutto ignorato dai media, avrebbe in sé la forza di costituire una scena di successo. Sapete cosa mi piacerebbe fare, se non dovessi lavorare per far quadrare i conti? Acquistare un vecchio furgone Volkswagen e girare il Paese per distribuire dischi come questo, assieme a libri come quelli di cui racconto in Assegni a vuoto. Perché sono sicuro che, se solo il pubblico avesse occasione di ascoltarlo, non perderebbe l'occasione di comprare un disco come Maria e la Fata. 

Da ascoltare. Da conoscere.


mercoledì 28 ottobre 2015

Graziano Romani > Vivo / Live


Due leggende in una, sin dalla copertina, bellissima. Graziano Romani, il papà del rock di Little Italy con i Rocking Chairs, e l'etichetta Route 61, la Asylum italiana. Che in Vivo / Live ci sia tanto amore e tanta passione si capisce così fin da prima di infilare i due dischi, quando si prende in mano la copertina: 27 canzoni registrate dal vivo nel 2013 al Festival Parco Secchia, sulla via Emilia, con una big band di sette elementi, fra cui il sax di Max Grizzly Marmiroli, uno dei Chairs.
I Rocking Chairs, sono in tanti a ricordarlo, furono negli anni a cavallo del '90, la prima grande band nazionale di rock anglofono, ispirato alla leggenda della E Street Band, quando i magnifici sette di Springsteen erano diventati solo un ricordo. Che lenivamo ascoltando i dischi di John Cougar Mellencamp, Tom Petty, John Eddie, Joe Grushecky, John Cafferty ed, appunto, i Rocking Chairs, autori di quattro bellissimi dischi, di cui uno registrato a NYC con Elliott Murphy.
Dopo la fine della band Graziano ha continuato, registrando un disco di cover (fra le quali You Can't Always Get What You Want degli Stones) con i Megajam 5, per poi inaugurare una carriera solista, fatta di dischi rock cantati in inglese, altri in italiano ed uno tutto di canzoni, per l'appunto, di Springsteen.
Questi ultimi anni sono stati di soddisfazione per Graziano: la reunion della vecchia band, con il Rigo Righetti, Robby Pellati, Mel Previte, Franco Borghi e Marmiroli, che ha portato ad un tour per l'Italia, e si spera in un disco prossimo venturo, magari proprio in concerto. E questo doppio live, che è l'antologia di una vita folgorata dal rock, quella notte del '81 che tornava, forse in pullman, dal concerto a Zurigo, all'Hallenstadion, di Bruce Springsteen & The E Street Band, un momento epocale per molti di noi.
Il disco / concerto gira che è una meraviglia, gira con un rodatissimo ritmo diesel, ed ogni suo elemento si incastra perfettamente nell'altro, che siano i pezzi dei Chairs (Cast The Stone, No Sad Goodbyes, Freedom Rain), pezzi più recenti (Up In Dreamland), brani in italiano (via Emilia, Augusto cantaci di noi), i pezzi "dei fumetti" (My Name Is Tex, Darkwood) e cover, del Boss (The Price You Pay), Chuck Berry (Johnny B. Goode), fino a Woody Guthrie (una sua versione di Goodnight Irene) e persino Who (Won't Get Fooled Again).

Un disco che al tempo stesso ha il pulsare energico del rock'n'roll e il calore della riunione fra amici con le chitarre acustiche. Un disco che si impone fra i live più belli registrati da un rocker italiano.
Un must per ogni rocker che viaggiando per la via Emilia fra la costa ligure e quella romagnola non può fare a meno di immaginarsi in una coast to coast sulla route 66. Anzi, 61.

martedì 27 ottobre 2015

Ruben > La vita alle spalle


Uno dei momenti migliori della musica italiana sono stati gli anni settanta dei cantautori: De André, Guccini, De Gregori, Bennato, Finardi, Dalla, Lolli, Venditti...
È a quel periodo che si ispira Ruben, cantautore degli anni duemila, già autore di Il rogo della vespa, Il lavoro più duro, Live alla fontana ed uno Spezzacuori, omaggio alle canzoni di Massimo Bubola.
Un mestiere ingrato, il cantautore negli anni duemila, che non ripaga neanche di una frazione del proprio talento. Al disinteresse musicale dei nostri giorni, Ruben reagisce con un gesto di orgoglio: se il mondo non valorizza il lavoro dell'artista, sarà l'artista a valutarlo da sé, a partire dalla vendita. Il suo nuovo album non è distribuito, è in vendita solo privatamente, ed al prezzo di 45 € ad ogni copia (autografata). Se vuoi un piccolo tesoro, lo devi pagare.

La vita alle spalle è curatissimo. Molto ben registrato, ben arrangiato, ben suonato, ben cantato, ha la durata di un long playing. È un disco che sa un po' di testamento: non a caso il tema è la morte. Ispirato dalle suggestioni di Death Of A Ladies' Man, il capolavoro di Leonard Cohen (registrato, vedi caso, nel 1977), Ruben immagina le parole finali di un cantautore, di un puttaniere, di un giocatore, di un pigmalione, di una ragazza qualunque, e persino di un attore porno e dell'Imperatore Nerone, fra arrangiamenti indovinati e sofisticati, viole, violini, tromba e strumenti a corda dalle chitarre ai mandolini. Un intermezzo strumentale si sviluppa in tre episodi, dal preludio al finale, con il titolo di Ogni ora ferisce, l'ultima uccide (dal titolo di un film francese degli anni sessanta). In un brano elettrico sembra persino di ascoltare i Pink Floyd.

Davvero un bel disco. Tanto da far rimpiangere la scelta di nasconderlo in un giardino segreto. Finite le copie fisiche, varrebbe la pena di lasciarlo ascoltare, magari pubblicandolo su siti come Spotify. Non ci si aspetta di guadagnare nulla, ma alla fine si crea per essere trovati, no?

mercoledì 22 aprile 2015

Francesco D’Acri > Over The Covers


Sono stato, in un certo senso, testimone della nascita di questo disco, o almeno di una delle occasioni che hanno condotto Francesco D'Acri a registrarlo. Ero a Pisa ed ho avuto il privilegio di essere accompagnato da Francesco, Luca Rovini e Andrea Giannoni (ognuno dei quali, fra parentesi, ha da allora registrato un nuovo disco) nella presentazione di un mio libro, Long Playing, quello che racconta la storia del Rock. In quella occasione Francesco mi colpì con una cover pressoché perfetta di Ring Of Fire di Johnny Cash. Quello che mi impressionò sopra ogni altra cosa fu la sua voce, solida, potente, profonda, calda, rock. Gli dissi che avrebbe dovuto registrare un disco di cover, e poco tempo dopo Francesco mi scrisse che lo stava facendo. Ed infine eccolo qui: Over The Covers, 16 classici della nostra musica, filtrati dalla sua sensibilità.
Avessi avuto l'opportunità di produrre il disco (ma abito lontano dalla Toscana e non sono un produttore), avrei suggerito a Francesco un lavoro essenziale e minimale, ispirato al lavoro fatto da Rick Rubin per gli ultimi dischi di Cash, quelli della serie Americana. O magari, più home made, un disco come quelli del Billy Bragg d'annata, per sola voce e chitarra elettrica o quasi. Insomma, una produzione che sottolineasse la voce, privilengiandola e rendendola protagonista.
La scelta di Francesco è invece eclettica: sedici canzoni molto differenti l'una dall'altra (si va addirittura da Jerry Lee Lewis ai Joy Division), a rappresentare probabilmente le sue cose favorite, o almeno quelle che trova più adatte al timbro forte e profondo della sua voce, registrate con chitarra, violino, armonica, pianoforte, batteria, Hammond e tutto quanto. Proprio per questo il disco è molto vario, sempre molto divertente, ricco di energia e di passione, ma con picchi e valli.
La cover di Ring Of Fire, la canzone con cui il disco a mio parere si sarebbe dovuto aprire, è semplicemente memorabile, con l'armonica di Giannone che rimpiazza assai in meglio le trombette messicane della versione originale, con una chitarra dal ritmo molto groove e soprattutto la voce di D'Acri, senza rivali nel panorama nostrano. Altrettanto stupefacente è la cover di Shelter From The Storm dal Blood Of The Tracks di Dylan, in un riuscito arrangiamento a due voci alla Everly Brothers. O meglio, sarebbe, se non fosse per la scelta di introdurre una voce narrante che recita i testi in italiano. Probabilmente un buon escamotage per rivolgersi a un pubblico più vasto (e magari anche più giovane), anche se io avrei preferito di gran lunga il solo cantato inglese. Ma può essere una questione di gusti, o di scelte. Against The Wind di Bob Seger è splendida, anche perché si discosta decisamente dall'originale, che viene riscritta con un arrangiamento lento per solo piano che la rende una ballata da pelle d'oca.
Un altro highlight è Sea Of Heartbreak, e sono pronto a saltare con i miei stivaletti da motociclista sul tavolo di Bruce Springsteen per dichiarare che la versione di D’Acri è decisamente più viva di quella di Bruce con Rosanne Cash.
Questi i miei brani preferiti.
Sempre a proposito di Springsteen, trovo solo coraggioso il tentativo di rifare Glory Days e Thunder Road, la seconda addirittura nello stesso arrangiamento acustico del Boss. Avessi dato un consiglio, avrei proposto a Francesco di fare con la sua voce un brano rockabilly come Johnny Bye Bye o magari Johnny 99. Comunque trovo che ci sia un po' di Suicide nell'organo di Glory Days.
Le versioni leggere di Blue Suede Shoes e Great Balls Of Fire non mi convincono, mentre la bella Forever Young (l'altra cover di Dylan) è addolcita dal violino (di Chiara Giacobbe). Love Will Tear Us Apart spariglia le carte con un brano pop dei Joy Division, mentre Story Of My Life dei Social Distortion è una bella sorpresa, e se non regge il confronto con il groove indiavolato dell'originale, è pur sempre una bellissima e misconosciuta canzone.
Con un incedere irresistibile, Passing Through con un doppio salto mortale riporta l'ascoltatore sul country rock a la Elvis. Don't Let Us Sick è un omaggio al grande Warren Zevon, e fa piacere.
Un gran bel disco, Over The Cover. Da ascoltare, da avere, da tenere in auto e far suonare a tutto volume on the road. Un disco che trasmette passione e piacere. Un disco senza complessi d'inferiorità, che fa onore al rock anglofono italiano. Io lo consiglio.

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domenica 11 gennaio 2015

il meglio del rock italiano di Little Italy nel 2014


Per forza di cose la scena musicale rock italiana vive più di una eccitante scena di live show ed interminabili “endless tour” che di dischi, perché di dischi se ne vendono sempre meno di gruppi americani ed inglesi, figuriamoci di eroi locali. Ma a dispetto dei volumi di vendite, è sorprendente la qualità di questi dischi, che spesso oltrepassa quella dei modelli di oltreoceano.
Le uscite sono tante, underground, e non è certo che io le abbia ascoltate tutte. Fra i dischi che conosco ho voluto estrarne solo tre, per un podio ideale di Little Italy. Eccoli:

(1) Chris Cacavas & Edward Abbiati > Me and the Devil

« Frutto della collaborazione democratica fra il mitico Chris Cacavas dei mai abbastanza rimpianti Green On Red ed Edward Abbiati dei nazionali Lowlands, è un disco che non ti aspetti, che ti colpisce, ti sconvolge, ti arruffa, un disco che evoca nostalgie di un passato romantico fatto di dischi degli anni ottanta come Gravity Talks, The Lost Weekend, True Believers, Beat Farmers, (Fleshtones), (Del Fuegos), come pure il convitato di pietra, i Crazy Horse di Neil Young » (leggi la recensione)

(2) Mandolin Brothers > Far Out

« Far Out, nella livrea verde che non può non ricordarci i pomodorini acerbi dei Little Feat, è bellissimo. Forse il vertice creativo della band ed uno dei migliori dischi anglofoni uscito nel nostro paese. Prodotto da Jono Manson, e con collaboratori come John Popper all'armonica ed all'apporto di una horn section, Far Out si eleva sui suoi modelli per creare un solido ed evocativo rock a marchio registrato delle chitarre, dei cori, delle armoniche, dei fiati, uno rock impressionista che dipinge bajou, delta, salici piangenti e i vasti spazi aperti dell’ovest » (leggi la recensione)

(3) Lowlands > Love, etc...

« Un disco spigliato, spensierato, di piccola sottile poesia e tanta allegria. Edward che canta e suona la chitarra acustica sopra un evocativo accompagnamento di una sezione di fiati e persino di archi, che non può non evocare lo shuffle della E Street Band di Greetings e di The Wild & The Innocent, con la bella ritmica diretta dal Rigo Righetti, la fisarmonica, la chitarra elettrica e tutto il resto. E, lasciatemelo dire, anche il Van Morrison di Moondance. È poco? » (leggi la recensione)

Questo non toglie che di dischi e di canzoni buone ne siano uscite molte altre nel 2014. Un paio di esempi: Mexican Dress dei Red Wine Serenaders di Veronica Sbergia e Max De Bernardi, e The Fairy Has Your Wings (For Valeria) dei Cheap Wine.

martedì 23 dicembre 2014

Antonio Rigo Righetti


« Amo il mio mestiere. 140 date circa, tra esibizioni acustiche, in duo, in trio o quartetto...
un buon anno questo 2014: tanta strada, tante persone appassionate incontrate, tante canzoni, la reunion dei The Rocking Chairs, un nuovo cd in uscita a gennaio, precisamente il 15, e tanti sogni e idee per il nuovo anno.
Certo, se non fosse che amo questo lavoro alla follia, il gioco non varrebbe la candela... le rinunce da accettare e fare sono tante, tantissime...
ma qualcuno deve pur farlo...
non è possibile che l'aspirazione massima del musicista medio italico sia fare Sanremo o un reality; non è possibile che il sogno divenga quello di farsi giudicare da qualcuno che non ha anima ma p.r.; non è possibile affondare ancora più profondamente nelle sabbie mobili dell'ignoranza...
Sapere che accanto a me, oltre alla mia Luce e al mio rapper scatenato ci sono
Robby Pellati
Frank Ricci Group
Franco Anderlini
Mel Previte
Edward Abbiati
Tommy Graziani
e tutti quelli coi quali si suona aiuta...
Così come aiuta sapere che la vostra stima è immutata,
che non giudicate la musica coi numeri ma dalla quantità di anima che viene esposta,
che non vi interessa di doverci venire a scovare nei luoghi più impensati...
Grazie a tutti voi, cari rockers e rockeuse, this one for you...
segnatevi queste due date
3 gennaio 2015 RIGO'S BIRTHDAY LIVE@PERNILLA MODENA superJam Band all night
5 gennaio 2015 RIGO'S BIRTHDAY LIVE@STONES CAFE' si suona dalle 3 alle 4 ore...rock on! »

Antonio Rigo Righetti

lunedì 22 dicembre 2014

Lowlands > Love etc...


Questo 2014 è di certo l’anno di Edward Abbiati. Dopo l’ottimo disco in coppia con Chris Cacavas dei Green On Red, quel Me and the Devil che riporta alla mente l’epopea della new wave del west degli anni ottanta, lost week-end e compagnia, ora Ed e la sua band, i Lowlands di Pavia, se ne escono con lo splendido Love etcetera.
Se esiste un sound di Little Italy, è il suono di questo disco. Qui c’è tutta l’ispirazione del Village e del Jersey Shore degli anni settanta, il suono di Steve Forbert, Willie Nile, Elliot Murphy, Bruce Springsteen & the E Street Band. E naturalmente il suono della SS45, la via Emilia, e dei Lowlands.

Un disco spigliato, spensierato, di piccola sottile poesia e tanta allegria. Edward che canta e suona la chitarra acustica sopra un evocativo accompagnamento di una sezione di fiati e persino di archi, che non può non evocare lo shuffle della E Street Band di Greetings e di The Wild & The Innocent, con la bella ritmica diretta dal Rigo Righetti, la fisarmonica, la chitarra elettrica e tutto il resto. E, lasciatemelo dire, anche il Van Morrison di Moondance. È poco?

Le canzoni sono davvero belle, è un disco che lascio suonare di più sullo stereo, a ripetizione, e non c’è un ascoltatore che ne rimane indifferente.

Bella l’introduttiva How Many, che più delle risaie pavesi disegna lo skyline di New York City.
Bella Love Etc..., che si apre vagamente come la Can’t Help Falling In Love fatta dal Boss.
Delicata I Wanna Be, lievemente jazzata come lo shuffle della E Street dei primi giorni.
Divertente You Me The Sky and the Sun, vagamente rock’n’roll degli happy days.
Intima You and I, cesellata da piano, violino e violoncello.
Un rag metropolitano Happy Anniversary, con i fiati e i cori.
Cinematografica Can’t Face The Distance, con il lamento di un armonica.
Una ballata vivace Wave Me Goodbye.
Bluegrass urbano My Baby.
Orecchiabile e radiofonica Doing Time.
Una ballata al tramonto Still I Wonder.
Poetica la fisarmonica di Goodbye Goodnight, un brevissimo lento che prende commiato lasciandoci la pelle d’oca:

« Addio, buona notte, non c’è niente che avremmo potuto fare 
abbiamo fatto del nostro meglio per costruire il nostro nido 
addio, buona notte... »

Un disco che sarebbe un gran lavoro anche se fosse americano. Anzi, soprattutto se fosse americano. Perché in America di dischi così ormai se ne fanno pochini. Ascoltatelo.



giovedì 20 novembre 2014

Paura di volare


Cari musicisti italiani, 
siete molto bravi. Sapete suonare, a volte sapete cantare, spesso sapete scrivere le canzoni. Però non ne volete sapere di inventare: i vostri arrangiamenti sono rigorosamente quelli dei vecchi modelli, le vostre formule sono rigorosamente ortodosse. 
E l’invenzione? Ed il coraggio? Perché non vi viene voglia di provare coro differente, uno strumento bizzarro, una canzone che non sia già stata scritta nel New Jersey? 
Avete mandato a memoria Springsteen, Willie Nile, Steve Forbert. Perché non ascoltare anche Sgt.Pepper (non serve troppo coraggio: dopo tutto ha quasi 50 anni...) ?

sabato 15 novembre 2014

la première del reunion tour dei Rocking Chairs


È un umido pomeriggio di una stagione che si appresta a diventare inverno, quello nel quale punto verso Modena, per un’occasione molto speciale. Siamo a metà novembre e non manca poi molto a Santa Lucia, la giornata più breve che ci sia. Ed infatti viaggio già al buio, lungo la A1 affollata come al solito di anime rassegnate di pendolari delle quattro ruote che si muovono per questa via Emilia del nuovo secolo.

“ Luci che si accendono sulla strada e via, i fari delle macchine lasciano una scia
di desideri quasi realizzati, di verità e bugie
su questa antica carreggiata, su queste due corsie, che sono tue e mie...” 

Verità e bugie... l’ultima volta che ho percorso questa strada per la stessa destinazione ero con la mia Musa, oggi sono solo. Anche se gli anni mi hanno insegnato a non dar fiducia alle parole delle donne (che più che per dire servono ad ottenere, fosse anche solo consolazione), mi prende un po’ di malinconia in questa solitudine inscatolata sulla mia vecchia auto fra tante altre auto - ancora di più quando addento un panino molle all’autogrill “Secchia est”.
Ma il posto dove sono diretto non è l’Heartbreak Hotel, ma è invece uno dei luoghi più deliziosi che mi sia dato di conoscere: si chiama proprio Il Posto, è la bomboniera di Rigo Righetti e di Francesca Vecchi, un rifugio di cinema, di arte, di musica. Un Posto dall’aria cinematografica, fra stanze in cui sono stipati costumi di ogni epoca, scarpette rosse femminili esibite in tortiere di cristallo, e specchi con scritte inneggianti a Willy DeVille ed i Sex Pistols. Nel salone ci sono il palco, gli amplificatori, il giradischi e le file di sedie e, of course, gli amici.
Il centro di Modena è come sempre affollato di giovani, e questo fa bene al cuore. Salgo gli scalini ed eccomi fra amici speciali e qualche VIP. Ci sono volti noti, artisti, fotografi, disegnatori, appassionati, ma soprattutto ci sono Graziano Romani, Robby Pellati, Rigo Righetti, Mel Previte, Max Grizzly Marmiroli e Franco Borghi. Sono i Rocking Chairs, un nome perso nella leggenda, il gruppo capostipite di tutta la vivace scena del rock anglofono italiano di questi anni duemila, che mi piace chiamare di Little Italy.


Nel 1990 sullo stereo della mia auto aveva un posto fisso la cassetta di No Sad Goodbyes, il loro terzo disco. Erano anni di crisi d’astinenza per Bruce Springsteen, che aveva sciolto la E Street Band e stava registrando il suo disco solista. I Rocking Chairs facevano sognare a noi rocker tutta la mitologia del rock romantico ed urbano di quegli anni, e ascoltando il loro disco, a circolare in auto per la via Emilia mi sembrava di percorrere la 101 in California o la New Jersey Turnpike sulla costa atlantica.
Ebbero un grande seguito di pubblico e arrivarono a registrare a New York e persino a New Orleans, con Elliott Murphy, Willie Nile, Robert Gordon, Bobby Bandiera. Memorabile la loro cover di Vagabond Moon di Nile. Ed il loro pubblico non li ha mai dimenticati.


Io stesso sono il primo ad aver auspicato il loro ritorno, ed è così un’occasione molto speciale questa in cui almeno un sogno si è sta avverando. Lo show ufficiale della reunion avverrà il 13 dicembre (Santa Lucia!) a Casalgrande, in Teatro (già sold out), ma questa sera di fronte ad un pubblico selezionato di amici invitati si tiene la première, una specie di prova generale.
Quasi per modestia il tema iniziale sarebbe quello di un tributo a Van Morrison, ed infatti lo stereo diffonde le note di Bring It On Home To Me dal vinile It’s Too Late To Stop Now, il capolavoro del rosso irlandese. Ma non è “The Man” che la gente vuole, ma i Chairs.


Così Graziano parte intonando proprio la cover di Sam Cooke, e poi Valery, dal primo album della band, e subito dopo Crazy Love, e si capisce da subito che il gruppo non è mai stato tanto in forma: come il vino buono si è trasformato da un frizzante novello ad un vino importante, di pregio. Xpensive wine. L’intimità del palco favorisce una musica a volume contenuto, dove si capiscono subito le caratteristiche della serata: una band molto potente ma anche rilassata, che pare di sentire i cori dei Little Feat che aprono Waiting For Columbus.
Robby, il batterista che ama la musica lirica, suona il rullante, in un’occasione solo con mani; il sax di Max (sulla destra) e la fisarmonica di Franco (in stereo, sulla sinistra) conferiscono una gran profondità al suono. La voce di Graziano è in forma smagliante, non è mai stata tanto buona e profonda. Mel è il più rockettaro, mentre imbraccia la Telecaster seduto sull’amplificatore. Rigo è un gran bassista, senza complessi di inferiorità verso nessun grande delle quattro corde.


Arriva addirittura Caravan, come nel Last Waltz, con il Graziano che pur seduto scalcia nell’aria. Camden Town, ancora dal disco d’esordio ma in versione rock’n’roll, e quando arriva No sad Goodbyes sono in trance: non l’ho mai udita così bella e di certo non credevo in cuor mio che l’avrei mai sentita dal vivo.
Hate & Love Revisited, Burning ed il gran finale sulla ballata romantica di I Will Be There Tonight.

Graziano ci racconta di aver preso la decisione di essere il cantante di una band mentre tornava in pullman da Zurigo, dopo aver assistito allo show di Bruce Springsteen e la E Street Band all’Hallenstadion. Ma dopo tutti questi anni non ci sono più riferimenti musicali esotici per i Rocking Chairs: né Springsteen, né Van Morrison, né Willie Nile: ora il sound è solo Rocking Chairs certificato al 100%. Una band adulta, piena, ricca, che suona con molta maturità ma anche con tanto entusiasmo. Che sta per riversare sul pubblico per il Reunion Tour per tutto il 2015.
Non me ne vogliano i tanti amici delle band italiane, ma i Chairs sono il numero uno: volano alti. Ed in cuor mio mi auguro che l’intimità sonora a cui ho testimoniato non vada perduta nel festoso rock’n’roll show nei teatri.


Alla fine abbraccio tutti, che mi hanno regalato una grande estasi, che in qualche modo paragono a quella provata per i grandi Roger Daltrey e Wilko Johnson sul palco dello Shepherd Bush all’inizio di questo stesso anno.
Robby Pellati mi fa dono delle sue bacchette, ed io il giorno dopo entro da Music Land per comprarmi proprio un rullante: vuoi vedere che questa magica serata mi lascerà persino di più di quanto immagino?
Ritorno solitario lungo le corsie dalla via Emilia, non la SS9 ma la A1, con la luce della riserva accesa e Jackson Browne sullo stereo.

“Sempre dritto davanti a te, sembra non finire mai
ma quante gomme a terra e quanta nebbia e in mezzo noi
Non fermiamoci finchè un altro giorno ci troverà correndo sulla Via Emilia” 

(le fotografie belle sono di Gabriella Ascari, quelle con un iPhone le mie)


lunedì 10 novembre 2014

Cheap Wine > Beggar Town


Vent’anni e dieci dischi per i Cheap Wine, la più longeva delle band di Little Italy. Partivano nel novanta con un infuocato punk rock ispirato alla scena Paisley Underground dei Dream Syndicate, da cui prendono anche il nome. Il torrido rock delle chitarre è rimasto nei live show, mentre questo Beggar Town è assai più tranquillo, introspettivo, lento, quasi un disco solista di Marco Diamantini, anche se non ho dubbi che le canzoni verranno vivacizzate in concerto.
In sala d’incisione la ritmica è tenuta a freno, così come la chitarra elettrica di Michele (sempre Diamantini) e le sempre ottime tastiere di Alessio Raffaelli. Qualche momento strumentale si elemosina nell’introduzione di Your Time Is Right Now e nel rock’n’roll di Black Man, mentre la voce di Michele arrotola le sillabe inglesi di molte molte parole (ma anche di Springsteen si diceva che scrive testi troppo lunghi). Keep On Playing mi ha portato alla mente persino la PFM degli anni settanta. Da come la vedo io, il disco decolla sul finale, nella eterea ballata di The Fairy Has Your Wings (For Valeria).

domenica 6 luglio 2014

Veronica Sbergia & Red Wine Serenaders


Ho (finalmente) visto Veronica Sbergia & Red Wine Serenaders in concerto!
Per essere precisi ho visto Veronica con Max De Bernardi, perché mancava alla formazione il contrabbassista Dario Polerani. Veronica & Max aprivano ufficialmente il festival blues Dal Mississippi al Po nella cornice, piccola ma oltremodo suggestiva, della Muntà di Ratt a Piacenza. M'aspettavo molto, ma i due sono stati addirittura superlativi, conquistando tutti il pubblico, sia quello seduto per l'occasione sia quello di passaggio in cerca di frescura.
Numero 1: Veronica e Max sono due virtuosi. Della voce l'una, della chitarra l'altro.
Con il suo fingerpickin' sulla steel guitar (o meglio resofonica: quelle grandi chitarre di metallo che amplificano il suono delle corde prima dell'arrivo della chitarra elettrica) il grande Max ha evocato John Fahey in "la resurrezione del tasso del miele" ("una canzone strumentale, perché che parole ci metti ad un titolo così?"), Ry Cooder e gli originali virtuosi del blues fino a echeggiare persino il rhythm & blues elettrico di Bo Diddley, trascinando lo show. Dal canto suo Veronica ha fatto sfoggia di una voce impressionante quanto flessibile: se il tema di base è il blues e l'old time music fino allo swing, ci sono stati momenti in cui è stata evocato persino il fantasma della grande Janis Joplin. E nel suo nuovo disco canta persino uno splendido brano folk.
Lungi dal basare lo show sul virtuosismo naturale, Veronica ha mostrato una grande simpatia ed ha coinvolto il pubblico con tanti racconti fra le canzoni, che se da un lato stemperano il climax dall'altro sono efficaci nel coinvolgere anche il pubblico più casuale.
Ho sentito le mie canzoni preferiti (come quella One Of These Days che fu del grande Armstrong) e quelle nuove. Molto belle anche quelle uscita dalla penna dei due musicisti, come The Mexican Dress. 


Da sottolineare che non solo i Serenaders stanno battendo le piazze italiane, ma che in realtà sono persino più spesso in tour al'estero, dall'Europa agli States, che è la patria della loro musica. È appena uscito il nuovo disco, The Mexican Dress, di cui riporto la recensione di Pierangelo Valenti, che più completa non si può:

Grazie alla raccolta fondi tramite Musicraiser, andata oltre ogni più rosea aspettativa, abbiamo finalmente tra le mani, giunto a noi in tempi rapidi (oserei dire addirittura fulminei) “The Mexican Dress”, il nuovissimo album di Veronica & The Red Wine Serenaders. Per chi si fosse sintonizzato da poco ricordo che il gruppo, un micidiale concentrato di forme anche arcaiche, urbane e rurali, di blues, jazz, ragtime, old time e folk, comprende la splendida titolare (voce, ukulele, washboard ed ammennicoli vari), il professor Max De Bernardi (voce, chitarre resofoniche e non, banjo a sei corde) ed il solido punto di riferimento ritmico Dario Polerani (contrabbasso troppo spesso causa della mia invidia). Per l’occasione, riguardo la parte registrata negli States, il trio si avvale del talento di ospiti locali quali Joel Tepps (eccellente clarinetto in “Baby Please Loan Me Your Heart” di Papa Charlie Jackson, hidden track), Tom Hume e Denny Hall, polistrumentista, cantautore di razza (ben tre brani portano la sua firma) e leader dei The Nite Cafè. Sul fronte nostrano una vero gioiellino la prestazione di Massimo Gatti, insieme a Martino Coppo, Paolo Monesi e Josh Villa (ah, questi italiani partiti in sordina ed arrivati ai vertici!), uno dei mandolinisti più apprezzati dal sottoscritto e dal pubblico bluegrass e newgrass italiota ed europeo ormai da anni, qui in grandissima forma con due ispirati assolo nelle tracce frutto della collaborazione, per troppo tempo inedita e finalmente uscita di prepotenza alla luce del sole, tra Veronica e Max: la bellissima omonima composizione che dà il titolo al lavoro e “Crying Time”, uno swing che rimanda di prepotenza ad un verace country strappalacrime anni Cinquanta. Per chi conosce la band l’album, tra parentesi vestito di una grafica fresca ed appropriata, costituirà una straordinaria conferma di come questa musica, sia nel repertorio d’epoca che nei brani originali scritti ieri l’altro, sia viva, eccitante e stimolante. E’ vero, io sono di parte: con questi artisti, la loro sensibilità, la loro serietà, le loro scelte vado a nozze e non da oggi. Appena Max imbraccia una chitarra molto spesso io so dove va a parare perché molti dei suoi musicisti preferiti, che in qualche modo hanno influenzato la sua tecnica ed i suoi gusti, sono anche i miei, cercati e trovati in un percorso parallelo ed affascinante. Prendiamo qui una delle sue creazioni, il tour de force strumentale di “The Resurrection Of The Honey Badger”: ci sento intimamente le buone vibrazioni alla Elizabeth Cotten di “Vastopol” e “Spanish Fang Dang” o il Sam McGee delle classiche, una volta inarrivabili, “Buck Dancer Choice” o “Knoxville Blues”. Per tacere del divertente ed ironico hokum di “Banana In Your Fruit Basket” del campione Bo Carter (al secolo Armenter Chatmon), altra scelta quasi obbligata. E la signorina Veronica Sbergia? Cito solamente la sua fantastica, vissuta ed ammiccante riedizione di “Dope Head Blues” di Victoria Spivey… E’ uscito ufficialmente il 23 giugno. Fate la fila.

(Pierangelo Valenti)