lunedì 30 gennaio 2017

Copertine


Le copertine dell'etichetta romana Route 61 fanno a gara per bellezza con quelle della Cramps degli anni settanta. È un lavoro di passione e di talento.
Le ultime due uscite sono Lowlands and Friends play Townes Van Zandt's Last Set e Will T. Massey.

martedì 15 novembre 2016

John Strada > Mongrel


Se in posti come Nashville è da un secolo che suonano musica country, nessuno potrà aver da ridire se sulla SS9, la via Emilia, sono decadi che si suona il rock romantico di stampo springsteeniano. John Strada (alias Gianni Govoni) sulla via Emilia è una leggenda da molti anni e parecchi dischi. Nato al crocicchio fra le province di Bologna, Ferrara e Modena, recita la sua biografia.
Ma nulla di quello che avevamo ascoltato finora ci poteva preparare a Mongrel, il disco in inglese di John Strada & the Wild Innocents. Non c'è solo passione, nelle quindici tracce del CD. Ci sono belle canzoni, c'è ritmo, c'è entusiasmo, c'è danza, c'è groove. Ci sono brani sofisticati, grandi arrangiamenti, archi, l'organo ed il piano di Daniele De Rosa, la chitarra solista di Dave Pola, ci sono ballate, canzoni di Natale, danze folk, gioia di vivere.
Mongrel è uno dei più bei dischi di rock italiano anglofono (di Little Italy) che mi sia mai capitato di ascoltare. Realizzato in modo perfetto, senza nessun provincialismo e nessun complesso di inferiorità nei confronti degli originali. Mongrel è il Van Morrison della via Emilia, è lo E Street Shuffle della Pianura Padana. L'entusiasmo che mi trasmette ascoltarlo mi riporta ai tempi in cui tenevo la cassetta dei Rockin' Chairs sullo stereo dell'auto.

Ascoltate il ritmo di Who's Gonna Drive e He Was Magical, la dolcezza a la Pogues di Christmas In Magreb, l'atmosfera di Walking On Quicksand... la springsteeniana You've Killed My Heroes (ne facesse ancora il Boss canzoni così), la gioiosa danza di In The Fog. Non c'è un riempitivo.

Probabilmente il miglior disco italiano di quest'anno (e del New Jersey del decennio).

sabato 19 marzo 2016

Hernandez & Sampedro > Dichotomy


Lo scrivevo il 13 febbraio 2013 (già tre anni sono passati): neanche i miei sogni più selvaggi potevano prepararmi al suono che esce dal CD Happy Island (Isola Felice) del duo Hernandez & Sampedro. Avete presente Decemberists, R.E.M., Counting Crows? Potreste raccontarmi che è il loro disco che sto ascoltando, ed anche in questo caso si tratterebbe di uno dei loro più soprendenti lavori: una fusione di cristalline chitarre acustiche ed elettriche, evocativi cori ricchi di energia, intense melodie dipinte dei colori del cielo infuocato del tramonto...

Se c'è un capolavoro della scena del rock italiani anglofono, la scena di Little Italy, quello era Happy Island. Come affrontare l'ascolto del suo seguito? Con aspettative, con timore, con speranza. Tutte svanite come neve al solo quando alla fine ho sfilato il CD dalla bella copertina (nella tradizione di Route 61 - una attenzione grafica analoga la aveva la Cramps Records...) per infilarlo nel lettore dello stereo. Hernandez & Sampedro sono una realtà, ed il nuovo disco è bello come il precedente.
No: è più bello.
Non era facile restare fedeli ad uno stile perfettamente centrato e crescere al tempo stesso, per non ripetersi. Il duo ha deciso di risolvere la cosa in modo salomonico: dividendo il nuovo album in due facciate precise, la dicotomia del titolo; elettroacustica la prima, dalle chitarre elettriche la seconda.
Cinque canzoni di qui, cinque di la, come vuole la regola dei dischi in vinile. Dieci gioielli. Sulla prima facciata vengono rievocati non solo i cori noti, che riportano allo stile frizzante e romantico dei citati R.E.M., Decemberist e bella compagnia (Rescue Me, Rainbow), ma anche si riconoscono gli ingredienti amati dei dischi di CSN&Y (Time To Go) dei Beatles (Everywhere You Go) e persino di Simon & Garfunkel, il tutto senza mancare di personalità.
La seconda facciata fa cantare le chitarre elettriche. Mauro Sampedro fa suonare le sue sei corde come un gruppo surf californiano, nella potente, evocativa ed esaltante Dangerous Road, che infatti alla fine porta alla mente anche il west di Ennio Morricone che è esplicitamente omaggiato nello strumentale lento che prende il titolo di Morricone, colonna sonora per un western della fantasia.
Hate & Love è rock'n'roll, Rise Up è un anthem, On The Verge Of Insanity è un hit.

Evidentemente Hernandez & Sampedro ci tenevano a marcare, con una linea decisa, la differenza fra il passato ed il presente. Ma io credo che perfino meglio sarebbe stato shakerare le canzoni, che in realtà si fondono perfettamente, e che diverse alla fine non sono. Perché se il disco è di una bellezza commovente, diventa ancora più bello ascoltato in shuffle, in ascolto casuale, lasciando che le chitarre elettriche ci facciano danzare fino al cielo, e che quelle acustiche ci lascino chiudere gli occhi, sognanti.

Bella l'idea di far udire, fra i brani, il rumore della puntina che gratta i solchi; un modo per sottolineare le nostre radici di rockers.

Come direbbe Woody Allen, non ci sono classifiche nell'arte; le graduatorie vanno bene per l'atletica leggera e per il baseball. Ma al netto di questa verità, Dichotomy è il disco manifesto della scena di Little Italy. Que Viva Hernandez y Sampedro! 
In California sarebbero al numero 1 delle classifiche, e dovremmo spendere un biglietto da 100 dollari per vederli suonare in uno stadio.

Hernandez & Sampedro : The Blue Cut

1. Dangerous Road 
2. Rescue Me 
3. Hate & Love 
4. Rainbow 
5. Morricone 
6. Get Up From Your Grave 
7. Rise Up 
8. Time To Go 
9. On The Verge Of Insanity 
10. Everywhere In The World 

giovedì 10 marzo 2016

Daniele Tenca Love Is The Only Law


Daniele Tenca è un elegante bluesman di gran classe: the Duke of Italian blues. E non smette di crescere disco dopo disco. Live From The Woking Class richiamava le chitarre brit blues dei Bluesbreakers e la ritmica dei Blasters. Wake Up Nation scivolava nella notte fra lo Springsteen di State Trooper ed i Suicide.
Love Is The Only Law (che gran titolo!) alza ancora l'asticella, segnando una volta di più il meglio dell'artista milanese. Un blues notturno, laidback, sussurrato fra swamp, bajou, John Campbell, Mason Ruffner e JJ Cale.
Love Is The Only Law, è la canzone che apre e chiude il disco. Lo apre con un blues acustico che porta alle origini nella musica afroamericana, fra Cotton Belt e monti Appalachi. Lo chiude con sciabolate di chitarra elettrica. Nel mezzo si viaggia fra folk, blues a la John Lee Hooker, ballate a la Stones, boogie afosi, ritmi che strisciano come serpenti nel bajou sotto una luna piena, danze voodoo. L'evocazione del loup garou.
Bello davvero, da ascoltare a ripetizione. E chissà come sarà ascoltarlo nelle notte afosi d'estate...

P.S.: un'altra produzione marchiata Route 61.

martedì 23 febbraio 2016

Cinque anni di Route 61


La decade degli anni settanta fu un momento d'oro per la musica californiana, e la casa discografica più rappresentativa di quella scena era la Warner Bros Records, attraverso un poker di etichette sorelle. La prima era la Warner vera e propria, diretta da Mo Ostin, che attraverso consulenti artistici come Randy Newman e Ry Cooder, si ritrovò a rappresentare Grateful Dead, Little Feat, Frank Zappa, Doobie Brothers, Fleetwood Mac. La seconda, la Asylum diretta da David Geffen, raccolse i migliori artisti che si erano fatti le ossa sul palco del Troubadour: Jackson Browne, Joni MItchell, Tom Waits, Warren Zevon, Eagles. La terza, la Reprise, stampava i dischi di Neil Young, Ry Cooder, Van Dyke Parks e persino Beach Boys. La quarta etichetta del gruppo era la Atlantic, in realtà newyorchese, ma con CSN&Y in scuderia. Anni d'oro.


Nel nostro piccolo, anche noi abbiamo la nostra Asylum Records, e compie cinque anni di questi giorni. Si chiama Route 61, ed è diretta da Ermanno La Bianca, già cronista rock, per esempio sulle pagine de Il Mucchio Selvaggio.
Mi è arrivato in questi giorni un libretto che custodirò gelosamente per la sua importanza "storica": è il catalogo della Route 61 di questi primi cinque anni. I nomi degli artisti che hanno inciso per l'etichetta vanno da Daniele Tenca, Francesco Lucarelli, Graziano Romani, Mardi Gras, Hernandez & Sampedro (autori di Happy Island, uno dei migliori album italo-anglofoni di sempre), a leggende internazionali come Carolyne Mas e Elliott Murphy, fino a Judy Collins, Steve Wynn, Willy Nile, Karla Bonoff, Bocephus King...



È una cosa preziosa e persino un po' sorprendente che in questi anni di vuoto pneumatico, ci sia ancora chi riesce a far funzionare il cuore e la mente. Long may you run...

lunedì 22 febbraio 2016

Rigo Righetti, Robby Pellati & Mel Previte : i tre moschettieri del rock italiano


Gli USA avevano un gruppo leggendario, la TCB Band ("taking care of business"), che accompagnava Elvis Presley, ma anche Gram Parsons e Roy Orbison. Per non essere da meno, noi abbiamo Rigo Righetti,  Robby Pelati e Mel Previte, una leggenda musicale fiorita lungo il rettifilo della via Emilia. Cuore pulsante dei Rocking Chairs, i padrini del rock anglofono italiano fin dagli anni ottanta (assieme a Graziano Romani, Franco Borghi e Max Grizzly Marmiroli), di recente in un tour di reunion che però non ha dato frutto ad un album.
Poi i tre sono diventati la band di Luciano Ligabue. E ancora mille altre cose, da gruppo del Rigo solista a Gangsters of Love di Mel Previte, un inesauribile motore di rock 100%.
Rigo (che è anche il bassista dei Lowlands), modenese, è il gigante gentile, dall'alto della sua statura, grande bassista elettrico (di Fender) ma anche cantante influenzato dall'America di Johnny Cash.
Mel è il chitarrista sornione, uno che sotto l'immancabile cappello maschera con un basso profilo un umorismo tagliente tutto emiliano. Per citare Gassman, di poche parole ma "ogni frase è una sentenza".
Robby, reggiano, appassionato di musica lirica e fan di Maria Callas, al contrario è un carattere sanguigno, irruente nei modi e poco portato per la diplomazia; batterista raffinato, in grado di suonare tutto un concerto sul solo rullante.
Ascoltarli suonare assieme è sempre un divertimento, ma diventa un privilegio quando si divertono rilassati sull'intimo palco de Il Posto, la tana di Rigo (e della moglie Francesca) nel cuore di Modena, di fronte ad un gruppo selezionato di invitati.


Rigo da anni porta avanti un'attività solista che ha svettato in Songs From A Room e Smiles & Troubles, dove viene fuori evidente l'amore per Johnny Cash e la musica Americana. In questi giorni è alle prese con il tour per il nuovo album, di nuovo in inglese, Water Hole (sul cui titolo scherza come il buco nell'acqua). Ci sono cose che apprezzo particolarmente in Rigo. Una è la sua capacità di sintesi: a differenza di altri musicisti italiani più inclini alla logorrea, sa selezionare il materiale, preferendo uscire con qualche canzone in meno ma "riserva".
Da tempo suggerisco ai nostri musicisti di cimentarsi anche con la formula del singolo, anziché riempire i CD come panzerotti fino all'ultimo minuto disponibile.
Water Hole è un lavoro delicato e semiacustico, fragile e affascinante come una palla di vetro, un disco (registrato in presa diretta dal vivo) dove ogni nota ed ogni strumento è minimale nel suo apporto.
Henry's Siegel Mentality, la canzone di apertura, è la più intrigante, una ballata zingara che si presterebbe bene ad essere cantata anche in italiano, ed avrebbe una chance di successo in un mercato altrimenti avaro di prospettive.
Rigo è soprattutto un bassista, in prestito come cantante e chitarrista; dal punto di vista strumentale il brano più cesellato è Dangerous, una ballata ispirata al giro di Take A Walk On The Wild Side di Lou Reed, dove il basso elettrico fa la sua figura.
Tutti i brani hanno un fascino preciso, e più si lascia girare il disco sullo stereo, più si fanno piacevolmente familiari. Forse il secondo "singolo" ideale sarebbe (Don't Want To) Cheat You, la bella ballata che chiude il disco.
Un lavoro da ascoltare, Water Hole, ancora di più in concerto, quando ogni canzone prende vita e si scopre autonoma.



P.S.: è in arrivo anche un live, dei Gangster Of Love, alias i tre moschettieri capitanati per l'occasione dal Mel Previte. Registrato a Pavia il 28 febbraio.



giovedì 17 dicembre 2015

Cheap Wine > Mary and the Fairy


Questi ragazzi, i Cheap Wine, sono ormai i Rolling Stones di casa nostra. Sui palchi da vent'anni, sono arrivati al traguardo dei dieci dischi con la bandiera del rock ancora saldamente issata sulle palizzate di Fort Apache.
Esorditi nel 1997 con Pictures, costituivano il contraltare da questo lato dell'Oceano (e del Mediterraneo) del Paisley Underground los angelino di Dream Syndicate e Green On Red. Punk, new wave, rock delle chitarre, ballate elettriche, sapori di periferie urbane che confinano con il deserto.
Da questo punto di vista il suo apice la band lo ha raggiunto con Spirits, l'album del 2009, e sigillato con il doppio album in concerto Stay Alive!
Invece di appiattirsi sulla formula, i fratelli Diamantini hanno da allora virato verso una forma ballata più intima,  rinunciando alle chitarre distorte per inseguire un songwriting che, pur nel trade mark del suono originale 100% della band, può portare alla mente, per esempio, Nick Cave e i suoi Bad Seeds, dalle parti di The Boatman's Call.
Il frutto di questa ricerca, seminato in Based On Lies e Beggar Town, i Cheap Wine lo raccolgono finalmente qui, su Mary and the Fairy, Maria e la Fata, uno dei dischi più riusciti ed eleganti della loro storia.
Otto canzoni, lunghe e sognanti, canzoni che non hanno alcuna fretta di terminare, suonate dal vivo in un'ambiente intimo e con un suono presente e squillante (un po' alla Joe Jackson di Body and Soul, un disco che pure era stato registrato dal vivo, o meglio in diretta) che più efficacemente dello studio aiuta a liberare la magia unplugged. Che poggia in gran parte sul pianoforte di Alessio Raffaelli, il Roy Bittan nazionale. Si potrebbe dire che Mary and the Fairy inizia dove finiva il precedente Beggar Town, cioè la canzone The Fairy Has Your Wings (for Valeria), che ne rappresentava in momento migliore (e che in effetti chiude anche questo nuovo disco). Nessuna delle canzoni è un filler, ognuna ha un suo fascino ed una sua personalità; ciascuna è la mia preferita mentre sta suonando, come I Like Your Smell introdotta dalla fisarmonica, come La Buveuse, jazzata e notturna, come Dried Leaves, springsteeniana d.o.c..
Peccato la copertina non includa i testi.

Un disco come Mary and the Fair non ha nessun complesso di inferiorità verso il rock di oltremanica e di oltreoceano; anzi, stento a citare qualche disco internazionale di quest'anno che possa vantare l'identica forza e poesia. A sottolineare come l'underground italiano, del tutto ignorato dai media, avrebbe in sé la forza di costituire una scena di successo. Sapete cosa mi piacerebbe fare, se non dovessi lavorare per far quadrare i conti? Acquistare un vecchio furgone Volkswagen e girare il Paese per distribuire dischi come questo, assieme a libri come quelli di cui racconto in Assegni a vuoto. Perché sono sicuro che, se solo il pubblico avesse occasione di ascoltarlo, non perderebbe l'occasione di comprare un disco come Maria e la Fata. 

Da ascoltare. Da conoscere.