giovedì 3 novembre 2011

Lorenzo Bertocchini Francesco Lucarelli Antonio Zirilli Sergio Marazzi



Raccontavo, parlando di Alan Sorrenti, di quella straordinaria stagione attraversata dalla musica italiana nella prima metà degli anni settanta. Se fino ad allora la musica beat era stata solo scimmiottata dalle band locali, banalizzandola a livello di musica leggera, all’inizio dei settanta la cultura rock varcava finalmente le Alpi. I nostri musicisti erano ispirati dai King Crimson (PFM, Banco e tutta la quintalata di band prog mediterranee), da Bob Dylan (De Gregori, Edoardo Bennato), dall’elettronica (Battiato), e da tutta quanta la rivoluzione del rock, dai Napoli Centrale e Alan Sorrenti a Eugenio Finardi, Area e Perigeo. La voglia di rock era tanta, tanto di suonarlo che di ascoltarlo, e per un certo numero di anni tutto questo movimento fu molto popolare e persino ben ripagato commercialmente dal pubblico. Furono probabilmente determinanti le radio libere che spuntavano come funghi in ogni centro, grande o piccolo della penisola, come l’esistenza di un controcultura dotata di stampa (Muzak, Gong, ma persino il più popolare Ciao 2001) e di una industria musicale più rilassata e più legata alla passione che al business. Chi avrebbe potuto immaginare che le radio libere si sarebbero trasformate nelle vuote radio private di oggi e che l’industria dell’entertainment sarebbe diventata preda delle tragiche e sorde multinazionali di oggi?
Questa premessa per raccontare che esiste ancora una scena musicale rock italiana, magari più ispirata a Bruce Springsteen che ai King Crimson o i Weather Report, ma che si sostiene soltanto su una enorme inestinguibile passione senza avere una possibilità di un ritorno commerciale, per la mancanza totale di canali di comunicazione, ostaggio del mostro dell’industria della pubblicità. Si ha sentore dell’esistenza di musicisti rock nostrani a navigare per MySpace o FaceBook, o a leggere le pagine dedicate di qualche fanzine, ma poi chi può davvero ascoltarli se nessuno li trasmette? Come può un ragazzo andare a cercare una canzone di Francesco Lucarelli o dei Cheap Wine se nessuno gliel’ha fatta ascoltare ed amare?
Non che io abbia una conoscenza profonda di quell’universo musicale degli italiani nati al di qua dell’oceano ma che si sentono culturalmente di NYC, di Austin, di Los Angeles; insomma, un’Italia rock anglofona che da parte mia mi piace battezzare Little Italy. Però di recente ho messo le unghie su alcuni CD veramente belli di cui voglio raccontare in questo post, e credetemi, vi sto facendo un favore. Dischi suonati e registrati benissimo, con grande passione e con grande perizia, con belle canzoni e bei racconti, che non posso fare a meno di includere nei miei preferiti dell’anno. Magari non originali, ma era forse originale il blues che band britanniche come Stones, Animals e Them (sì, lo so che sono di Belfast) ci hanno insegnato ad amare? Ho effettuato un test: ho fatto ascoltare alcune di queste canzoni agli amici, presentandole come il nuovo album di Willie Nile o, a seconda, degli Eagles, e tutti quanti hanno drizzato le orecchie: “bella davvero, davvero in gran forma”… Farò lo stesso con i miei dodici lettori, proponendovi qualche titolo da scaricare da iTunes per 0.99 cent. Se lo farete, è molto probabile che poi andrete a cercare l’intero CD…

Il primo del lotto si chiama Lorenzo Bertocchini e la sua band sono gli Apple Pirates. Beh, se canti in inglese e la tua band si chiama Pirates, perché non stuzzicare il pubblico proponendoti come… Lawrence Bertocchini? Dunque, Lawrence non è un pivello di primo pelo; è on the road da un po’ di tempo, ha inciso altri dischi prima di questo Uncertain, Texas, ha suonato a New York anche a fianco di grandi artisti come il citato Willie Nile. Parlo di lui per primo perché bisogna concedergli un grande talento per il songwriting; le canzoni di Lorenzo sono belle, orecchiabili, rockin and rollin’, come quelle dei migliori cantautori d’oltreoceano. Il paragone che mi viene più calzante è con le orecchiabili piccole grandi gemme di Steve Forbert - se ricordate canzoni come Romeo’s Tune (o the Oil Song) allora sapete di cosa parlo. Everybody e Last Clean Shirt (l’ultima camicia pulita) sono un piacere, piccoli trascinanti hit che acchiappano subito l’attenzione; per di più la band e gli arrangiamenti sono niente meno che perfetti, roba d’una volta, tipo i recenti dischi di Ronnie Wood o Peter Wolf. Super rock & roll romantico, alla E Street Band che ascoltavamo sui solchi di The River.
You è il brano più orecchiabile e dolce del disco, un pezzo che se lo senti alla radio non puoi fare a meno di scriverti il nome ed andarlo a cercare dal tuo spacciatore di CD. Una canzone di cui Steve Forbert ha perso lo stampo, introdotto da un sax alla Big Man o alla Cortellezzi, con una band in ghingheri e grande spolvero. Se non l’ascoltate vi perdete qualche cosa. Blue, beh, lo prendo come una dedica, una ballata crepuscolare densa di romanticismo. Il disco è lunghissimo, ben quindici pezzi. L’atmosfera è quella, va dalla ballata orecchiabile alla citazione alle band dei primi sixty, le stesse delle cui cover vivevano Bruce Springsteen, Miami Steve e Southside Johnny nei club di Asbury Park. Pezzi come San Secondo hanno una melodia così appiccicosa che ti trovi a canticchiarla sotto la doccia. Una delle mie preferite è la stravagante My Serenade, che parte come un pezzo surf strumentale di quelli che piacerebbero a Quentin Tarantino, ma in cui la voce di Lorenzo si introduce come in un talking blues di Bob Dylan, recitando per la bellezza di otto o nove minuti la storia del suo amore, fino a svettare in un omaggio a Obama, De Niro, Gattuso, Spike Lee… e alla dedica finale a Danny Federici. La prima volta che l’ho ascoltata mi ha dato i brividi: grande Uncertain, Texas! La voce è bella e ferma, l’accento ottimo, i testi non li ho fatti ascoltare ad un americano ma mi sembrano plausibili, anche se l’anima di Lorenzo è quella di un trovatore medioevale che dedica sonetti alla propria perfetta dama immacolata. Bruce, Leonard Cohen, la country music e la vita ci hanno insegnato che purtroppo l’amore non è un affare così semplice.

Il numero due è Francesco Lucarelli, anzi, Frankie Lucarelli di Little Italy. Il suo Find The Light è un piccolo grande gioiello di cui non mi disferò mai, come i dischi più cari che ho incontrato in tutti questi anni. Frank non si ispira all'east ma alla west coast degli anni settanta, ed il suo lavoro mi ha portato alla mente il crepuscolare disco di Jack Tempchin che ho amato alle soglie del 1980. Nove canzoni, 38 minuti, come un vinile. Il brano da scaricare è Pictures On The Wall: se ci avessero scritto su “Eagles” avrebbe venduto dieci milioni di copie! Bello, orecchiabile, dolce, romantico, struggente, con i cori alla Eagles, alla Jackson Browne, alla CSNY, una canzone da ascoltare per lasciarsi andare anche ad una lacrima; con me funziona così. Tutto il disco è di quella pasta: Mr. Sunshine non potrebbe essere di fratellino Jackson Browne quando ancora scriveva belle canzoni? E la voce dei cori non è proprio quella di Graham Nash? Una di quelle canzoni che con altri tre amici cercavamo sulla radio attraversando l’America in auto da parte a parte sintonizzandoci sui canali country. Stranger In This Land è una bella cover, Good Day è struggente, con un grande coro, After The Twilight tira persino dalle parti di Van Morrison, Fat City è un duetto con Louise Capuani.
Un disco da portare in auto, infilare nel lettore ed ascoltare e riascoltare on the road senza sentire la necessità di cambiarlo per molto tempo. Per sognare la nostra west coast dell’anima.

Antonio, o meglio Tony Zirilli & The Blastwaves, è più un rocker tosto dalle parti del Greenwich Village di oggi, alla Willie Nile o Joe d’Urso o magari John Eddie. Il disco si intitola Trying To Get Out, il brano con cui si apre It’s Still So Hard To Be A Saint In The City: dichiarare le proprie intenzioni più di così non si può. Grande il piano, che rincorre Roy Bittan. I primi pezzi sono rock & roll d’effetto, ma un po’ convenzionali; il disco decolla davvero più avanti, quando il led del player segna 5, con One Big Lie (bye bye Sally), in duetto con Joe d’Urso allo stesso modo con cui il boss potrebbe duettare con Southside Johnny. Siamo in pieno campo delle citazioni (“bye bye Sally, Sally bye bye”), ma l’effetto c’è. Bella anche l’armonica.
Have I The Right è un pezzo serramanico alla Clash, con Willie Nile ospite. Flamsbana parla di treni, e alla fine è una travolgente versione di This Land Is My Land, ma quanto ci si diverte ad ascoltarla. Si può non ballarla?
Run Through The Rain, bellissima, è il 45 giri. Ancora citazioni e ricordi in comune: la chitarra sa di Love Hurts (Gram Parson), il refrain di Sweet Home Alabama, il pezzo è tutto da ballare.
Song For The Lonely la prendo per me. At Dusk un intermezzo alla Ry Cooder (Paris Texas) per introdurre Tacarigua de Mamporal, un pezzo affascinante con un coro sudamericano. I’ll Be There è puro rock romantico per piano e voce. Bello.

Un tris vincente di dischi che sarebbe un peccato non ascoltare, perché c’è dentro il rock che amiamo, nel modo in cui lo amiamo, suonato e cantato meglio che dalle band americane.

Un tris che potrei rendere un poker calando un altro disco da Little Italy: This Man, del grande Sergio Marazzi (già autore di No Man’s Land con i Blue Bonnets). Un disco più intimo e privato, che veleggia dalle parti di The Ghost Of Tom Joad e di Darkness On The Edge Of Town. Non è divertente come gli altri, ma è molto intenso (magari un po’ monotono), anche perché Sergio ha scritto le canzoni sulla propria pelle, cantando la dura esperienza della separazione, che lui ha vissuto allora e che io stesso vivo oggi mentre lo ascolto, e per questo forse lo sento vicino. Anzi, già che siamo sull’argomento, mi accorgo sto indossando una camicia di flanella e sono seduto su un divano di pelle esattamente come è ritratto lui sulla copertina. Vorrà dire qualcosa… La canzone che mi piace si intitola It’s Got To Be A Land. Ma tutte le 12 canzoni sono le storie di quest’uomo:

“ti guardo mentre ridi nel sonno
riempiendo tutta la mia casa di campane d’angelo
dipingi il mio giorno con i colori della tua anima
vorrei che non finisse mai”


“un giorno senza la tua grazia
è una sconfinata distesa di sabbia
un giorno senza il tuo viso
è un vagare in una terra straniera
un giorno senza il tuo amore
è questo uomo senza una casa
è un giorno orrendo, un giorno senza te”

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